Il potere nascosto delle parole

Il potere nascosto delle parole

Il potere nascosto delle parole

C’è una frase che mi accompagna da anni: «I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo». 
Citazione tratta da quel capolavoro della filosofia che è il “Tractatus Logico-Philosophicus” di Ludwig Wittgenstein. 

Eppure non si tratta solo di una bella citazione filosofica. È una diagnosi precisa di molte vite, molte carriere e molte relazioni che incontro nelle aule di formazione. Il linguaggio non è mai un atto neutro: ogni volta che parliamo sia agli altri che a noi stessi, stiamo ampliando o restringendo il nostro mondo possibile.

Qualche tempo fa ero in aula con un gruppo di consulenti commerciali. Stavamo facendo un esercizio semplice: presentarsi in 30 secondi.
Un partecipante si alza e dice, con le spalle un po’ curve:
«Sono Mario, mi occupo di vendere prodotti finanziari ai clienti che la banca mi assegna.»
Silenzio cortese, qualche cenno di testa, tutto formalmente corretto eppure nell’aria c’è poco. Nessuna scintilla, nessuna immagine, nessuna vera connessione.
Lo guardo e gli chiedo di riprovare con una consegna leggermente diversa:
«Raccontati non in base a ciò che fai, ma in base a ciò che rendi possibile per le persone.»
Si ferma un secondo, abbassa lo sguardo, cerca le parole. Poi riparte:
«Sono Mario, aiuto le persone a fare scelte più consapevoli con i loro soldi, così possono sostenere i loro progetti di vita senza vivere l’ansia del “non sarà abbastanza”.»
La persona è la stessa, il lavoro è lo stesso, la banca è la stessa. È cambiata solo una cosa: il linguaggio.
Eppure, in quei 30 secondi è cambiato il suo modo di guardarsi, il modo di farsi ascoltare, il modo in cui gli altri lo percepiscono. Un piccolo spostamento di parole, un grande spostamento di mondo e di significato. Spesso pensiamo che il linguaggio arrivi dopo: prima c’è la realtà, poi arrivano le parole a raccontarla. Invece succede anche il contrario: le parole che scegliamo iniziano a selezionare cosa vediamo e come lo vediamo.
Se dico: «Sono fatto così», sto costruendo un mondo rigido, dove il cambiamento è quasi impossibile.
Se dico: «Finora ho gestito le cose così», apro uno spazio per il movimento, per l’evoluzione.

Nel lavoro è evidente.
Un capo che afferma: «Qui la gente non ha voglia di impegnarsi» chiude il mondo a qualsiasi altra lettura.
Un capo che si dice: «Non abbiamo ancora trovato il modo giusto per ingaggiare le persone» apre una ricerca, una possibilità.
La realtà non è cambiata. È cambiata la lente con cui la guardiamo e quelle lenti spesso sono fatte di linguaggio. Ognuno di noi cammina nel mondo con una storia in tasca ed è la storia che raccontiamo su di noi, spesso senza accorgercene.
Frasi come: «Sono timido.», «Non sono portato per parlare in pubblico.», «Io con le relazioni non sono bravo.», «Nel mio settore è impossibile fare di meglio.» sembrano descrizioni oggettive, in realtà sono etichette linguistiche che si attaccano addosso e finiscono per diventare profezie che si auto-avverano.

In aula mi capita spesso di lavorare con persone convinte di non essere “portate” per la relazione o per la vendita eppure quando cominciamo a cambiare il linguaggio, succede qualcosa.
Da «Non so parlare con i clienti» passiamo a «Devo ancora allenare il modo in cui parlo con i clienti».
Da «Sono ansioso» a «In certe situazioni sento molta tensione».
Non è un gioco di parole. È il passaggio da un’identità bloccata a un processo in evoluzione. Le parole che usiamo per raccontarci sono il software invisibile che guida i nostri comportamenti. Il linguaggio non è neutro neanche quando scherziamo, quando minimizziamo, quando “buttiamo lì” una frase senza pensarci troppo.
Dire a un collega: «Tanto tu sei il solito ansioso» non è una battuta innocua: è un mattone nel muro della sua identità.
Dire a se stessi: «Tanto sbaglio sempre» non è autoironia: è un esercizio quotidiano di svalutazione.

Ed è qui che entra il tema dell’errore. Nel mio testo, “Il potere dell’invisibile”, lo tratto come una delle forze che più condizionano le nostre scelte: non tanto l’errore in sé, quanto il modo in cui lo leggiamo e ce lo raccontiamo. Se l’errore diventa etichetta (“sono incapace”), blocca. Se diventa informazione (“qui ho imparato qualcosa”), apre spazio e ci rimette in movimento.

Allo stesso modo, esistono parole che non risolvono tutto, ma fanno spazio, sostengono, nutrono.
Parole o domande come: «Raccontami meglio.», «Cosa ti servirebbe davvero in questo momento?», «Non hai fallito, hai imparato qualcosa che prima non sapevi.»
Nella vita privata come nel lavoro, ogni frase che pronunciamo consegna all’altro (e a noi stessi) una certa immagine di sé e del mondo. E questa immagine, ripetuta, diventa reale.

Troppo spesso riduciamo il linguaggio al “dire qualcosa” in realtà è fatto anche di domande e di spazi di ascolto. In aula lo vediamo chiaramente: una domanda chiusa («Sei d’accordo, sì o no?») stringe il campo; una domanda aperta («Cosa ti ha colpito di più? Cosa ti mette più in difficoltà?») allarga lo spazio di pensiero.
Le domande giuste non servono a fornire risposte preconfezionate. Generano nuove domande dentro le persone ed è qui che a mio parare la formazione, il coaching, la leadership diventano davvero trasformativi: non quando portano “contenuti” da memorizzare ma quando cambiano il linguaggio con cui le persone pensano e parlano a loro stesse.
Per questo credo che un’aula efficace non sia solo quella in cui impariamo concetti nuovi, bensì quella in cui usciamo con parole nuove per dire le stesse cose di sempre. Da lì, piano piano, probabilmente cambia tutto il resto. Se è vero che i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo, allora ogni giorno abbiamo fra le mani uno strumento potentissimo: le parole che scegliamo.
Questi meccanismi (linguaggio, identità, scelte), li ho raccolti e sviluppati nel mio libro “Il potere dell’invisibile: perché spesso sono proprio le cose che non vediamo a guidare ciò che facciamo.

Chiudo con tre micro-domande da portare nella tua giornata:

  1. Qual è una frase che ti ripeti da anni su di te, e che forse oggi potresti aggiornare?
  2. Qual è un modo diverso, più vero e più generativo, di raccontare ciò che fai nel lavoro?
  3. Qual è una parola che potresti smettere di usare ed una che potresti iniziare a usare di più?

Rispondere a queste domande potrebbe essere l’inizio di un nuovo linguaggio e, quindi, di un nuovo mondo. 

libro Il potere dell'invisibilelibro Il potere dell'invisibile
Il potere dell'invisibile

di Stefano Bertacchi

Per approfondire queste tematiche, suggeriamo la lettura del volume “Il potere dell'invisibile”, pubblicato da McGraw Hill.

Questo libro è un viaggio alla scoperta di tre forze invisibili che modellano la nostra esistenza: i congegni segreti della nostra mente, la forza creatrice delle parole che scegliamo, e quell’energia profonda che muove ogni nostra azione. Nel momento in cui iniziamo a riconoscere questo invisibile che già ci abita, tutto si trasforma: i legami con gli altri, la vita professionale, il nostro modo di attraversare le tempeste. 


A proposito dell'Autore

Stefano Bertacchi è filosofo, formatore e coach. Da anni studia i processi decisionali, le dinamiche di comunicazione e i meccanismi emotivi che orientano le nostre scelte con particolare attenzione al mondo finanziario. Si occupa di linguaggio come strumento di consapevolezza e trasformazione, esplorando come le parole plasmino il nostro modo di pensare e di relazionarci. Attraverso il suo lavoro accompagna persone e organizzazioni in percorsi di sviluppo, per agire con maggiore autenticità e presenza.

Negli ultimi anni ha esteso la sua ricerca al rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale, esplorando le opportunità e le sfide di questa nuova frontiera, con un obiettivo costante: coltivare umanità in un mondo che cambia a velocità straordinaria.

foto di Stefano Bertacchifoto di Stefano Bertacchi
19 gennaio 2026
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